Una notte qualunque nel salotto di casa Haber. Un’intervista finita, la tv accesa sulla notte degli Oscar. E all’improvviso… Dio che appare da dentro lo schermo (ma ha la voce di Michele Placido): per Alessandro Haber è l’inizio dell’ “ultimo atto”, un gioco serissimo con la memoria, il presente e l’amore. Da qui prende vita uno spettacolo irriverente, a tratti esilarante e tenerissimo, che pesca a piene mani dalla biografia e dall’immaginario di uno dei più grandi interpreti italiani. Non un monologo, ma un vero one man show “all’americana” con tre compagni di viaggio, tra viaggi nel tempo, contributi video, canzoni dal vivo e improvvise virate di tono.
In scena scorrono allora Bellocchio, De Sica e Visconti, Trintignant che lo chiama “grande attore”, Carmelo Bene che lo massacra di schiaffi ogni sera, i bar di piazza Navona inseguendo Orson Welles e le notti in giro per Roma con Renato Zero. Ci sono desideri, dolori, donne, amori perduti, telefonate attese e mai arrivate.
Il pubblico è coinvolto, convocato, abbracciato: “senza pubblico che spettacolo è?”, si domanda Haber: e la platea si illumina davvero, diventando parte della scena.
Tra risate crudeli e confessioni intime, tra varietà e vertigini, si compone il mosaico di un artista che non vuole vivere di ricordi — “che riposino in pace i ricordi” — ma nel fuoco del presente, spesso senza pudore e politicamente scorretto.
“Volevo essere Marlon Brando” è un inno alla passione che salva, alla fragilità degli attori e degli uomini, alla vita che continua a chiedere applausi.
Finché c’è palcoscenico, c’è rinascita. E Haber – con l’acca aspirata – è pronto ancora una volta a stupirci.
NOTE DI REGIA
“Volevo essere Marlon Brando” nasce come dispositivo scenico in cui cinema e teatro si specchiano l’uno nell’altro. Il punto di partenza è semplice e folgorante: il salotto di Haber , una tv accesa, la notte degli Oscar, un blackout— e Dio che appare nello schermo con la voce (proiettata dall’inconscio di H) di Michele Placido. Da lì in avanti, l’“ultimo atto” diventa una cerimonia di verità: non agiografia, ma confessione senza filtro, col suo lessico diretto, a volte spietato, sempre umano. Ho scelto di evitare il “monologo-autoritratto” per costruire un vero spettacolo corale: tre attori entrano ed escono dai ricordi, diventano spalle, amori, amici, voci del destino. La platea stessa è resa visibile e partecipe: senza pubblico non c’è teatro, dunque illuminarlo significa includerlo nel rito.
La drammaturgia alterna varietà e vertigine: l’introduzione “celebrativa” all’americana subito sabotata da H; le canzoni come aperture emotive; i materiali d’archivio che esplodono in racconto vivo; le scene “mitiche” (gli inizi romani, l’incontro con Bellocchio, gli schiaffi con Carmelo Bene, l’applauso di Trintignant) messe in scena e montante come un film ma agite come teatro.
Il tema centrale è la lotta contro la nostalgia: “che riposino in pace i ricordi”. Haber vuole restare nel presente, nella “fame” del mestiere, nel confronto e nello scontro con il pubblico.
Stilisticamente, cerco una leggerezza vigile: si ride molto, ma ogni risata apre a un’altra verità. Il salotto, così, è un set che si teatralizza: proiezioni, cali di luce, squarci musicali, entrate “magiche” degli attori, canzoni dal vivo. Il finale arriva come un invito: cercare Haber negli occhi di chi ha passione, qualsiasi essa sia. È lì che il teatro continua a reincarnarsi, sera dopo sera.
Spettacolo incluso nell’ABBONAMENTO A 7 / 10 SPETTACOLI



