Ho cercato una definizione che potesse spiegare, prima di tutto a me stesso, il modo in cui metto insieme i miei spettacoli, e l’ho trovata nelle parole Panacronic Opera.
Non ho la pretesa di aver inventato un nuovo genere accademico, ma sentivo il bisogno di un termine che descrivesse la mia urgenza di fondere insieme tempi, stili e linguaggi diversi. Per me significa semplicemente questo: tentare di abbattere le barriere del tempo per unire passato, presente e futuro in un unico istante scenico, guidato da un solo tema centrale universale.
Il mio spettacolo si chiama “Captivo”. È un quadro espressionista in cui uso questa chiave di lettura per scardinare ogni confine.
In origine, nel latino classico, captivus significava unicamente “prigioniero”, ma il Medioevo, attraverso l’espressione captivus diaboli – il prigioniero del diavolo –, ha ribaltato le parole, trasformando il prigioniero nel “cattivo” della nostra lingua.
È su questa linea sottile, su questo equivoco della storia, che si muove il mio lavoro, ponendo una domanda sospesa: qual è il confine tra il carceriere e il carcerato? Chi imprigiona chi? Chi è il cattivo e chi il recluso?
In questa riscrittura drammaturgica, provo ad azzerare le distanze del tempo e dello spazio per fondere tutto in un unico tessuto testuale e musicale, guidato solo dalla mia sensibilità.
Prendo Il Mercante di Venezia di Shakespeare e ne traduco i brani in napoletano, per ribaltare le certezze di chi ascolta. Chi è la vera vittima e chi il carnefice? Shylock, l’usuraio ebreo isolato dal mondo, o Bassanio e Antonio? Chi sta processando chi?
Oggi Shylock, l’ebreo perseguitato di ieri, assume drammaticamente il volto e il destino di un palestinese, a dimostrazione di come la ruota della storia inverta continuamente i ruoli del dolore.
La risposta e il senso di questa emarginazione si legano immediatamente a Clandestino di Manu Chao, che ho tradotto portandola a un’aderenza totale e perfetta con il napoletano inteso come vissuto, come carne, come lingua dell’esclusione.
Il clandestino shakespeariano e quello moderno si parlano. E sullo stesso filo si muove Eduardo De Filippo con il suo Vincenzo De Pretore, un altro personaggio costantemente borderline sospeso sulla linea che separa la colpa dall’innocenza, il prigioniero da chi detiene le chiavi della cella.
In alcune sue parti, il mosaico si fa più duro, quasi violento.
Entra in gioco Raffaele Viviani con i suoi personaggi popolarmente violenti di Festa di Piedigrotta, dove l’attacco dei Bazzarioti si fa prepotente e spietato. Ma io scelgo di far parlare Viviani come se fosse diretto dal genio di Stanley Kubrick in Arancia Meccanica.
Che differenza c’è tra quella violenza di strada, antica e popolare, e la violenza immotivata, lucida e inspiegabile di Alex e dei suoi Drughi?
Ecco allora il Mimì di Montemurro, la vittima sacrificale degli scugnizzi: e se prima di diventare una vittima fosse stato sottoposto proprio alla Cura Ludovico di Kubrick per essere addomesticato dal sistema?
Tutto questo viaggio, brutale e poetico al tempo stesso, è legato, amalgamato e sorretto dai miei testi e da canzoni che non considero semplici intermezzi, ma veri e propri pilastri emotivi.
Capolavori assoluti come Io te vurria vasà, Torna Maggio e Voce ‘e notte vengono spogliati dalle loro melodie rassicuranti. Diventano un unico, denso flusso musicale che unisce Manu Chao, Salvatore Di Giacomo e Raffaele Viviani.
Un’onda continua che capovolge le intenzioni e restituisce alle parole il loro peso drammatico, costringendo chi ascolta a guardare dentro l’abisso dell’animo umano.



