L’ULTIMA DOMENICA DI AGOSTO
Grandi AutoriNuova Drammaturgia
L’ULTIMA DOMENICA DI AGOSTO
Grandi AutoriNuova Drammaturgia

Dal 6 al 11 Aprile 2027

ILARIA FALINI | DENIS FASOLO | GIANLUCA GOBBI | RICCARDO LIVERMORE | FEDERICA SANDRINI | BEATRICE SCHIROS | LEONE TARCHIANI | PAOLO LI VOLSI | DEBORA ZUIN

L’ULTIMA DOMENICA DI AGOSTO

da La potenza delle tenebre di Lev Tolstoj

scene Alberto Nonnato | costumi Aurora Damanti | luci Oscar Frosio | con la consulenza di Pasquale Mari  | musica Aleph Viola | assistente alla regia Leonardo Tosini 

testo e regia FULVIO PEPE

produzione Teatro Stabile del Veneto - Teatro Nazionale

L’ultima domenica di agosto porta in scena un grande ruolo femminile, potente e fragile insieme. Una donna vitale e senza scrupoli, invaghita di un uomo più giovane di lei e pronta a tutto per salvare questo inaspettato e travolgente sogno d’amore. L’ultima domenica di agosto è un testo originale, scritto da Fulvio Pepe, e ispirato all’opera teatrale di Lev Tolstoj del 1883 dal titolo La potenza delle tenebre. Una vera e propria rarità, rappresentata pochissime volte in Italia, e ispirata alla vicenda reale di Efrem Koloskov: un contadino salito agli onori della cronaca per aver ucciso un neonato, frutto della sua unione con la figliastra, che pentito dall’insano gesto confessò pubblicamente il delitto in occasione del matrimonio della ragazza. Tolstoj fu profondamente colpito dalla vicenda al punto da visitare, dopo la condanna, l’uomo detenuto nel penitenziario di Tula. La nuova versione conserva tutti gli accadimenti scenici distribuiti da Tostoj nell’arco di cinque atti, ma svincola la storia dalla struttura originaria, introducendo personaggi diversi che ribaltano generi e prospettive, ma soprattutto che alleggeriscono l’atmosfera fosca e cupa dell’originale con i toni pastello della commedia all’italiana. Fulvio Pepe sposta infatti l’azione verso la metà degli anni ‘50 e la colloca in un’azienda agricola, un luogo imprecisato tra l’Emilia Romagna e il Veneto. Il riferimento territoriale non è puro pretesto, ma inserisce la vicenda in uno specifico habitat popolare, utilizzando alcuni elementi dialettali che andranno a conferire ritmo e musicalità ai dialoghi.

Una donna matura, sposata infelicemente con un ricco proprietario terriero, s’innamora perdutamente di un ragazzino che il marito incautamente ha assunto come fattore.
La donna scopre in questo rapporto una passione che non credeva di essere in grado di provare, sentimento, talmente inatteso e sorprendente, che la porta a considerare questa relazione come la più importante della sua vita e soprattutto l’ultima possibile.
Inizia così a cullare l’idea di avviare una relazione stabile con il suo amato da porre in essere a qualunque costo.
Tuttavia non si accorge che il suo amore viene riposto tra le braccia di un ragazzino vacuo e superficiale, senza nessuna voglia di assumersi responsabilità e dunque totalmente incapace di dar un senso, un verso a questo amore.
Queste particolari caratteristiche umane dell’amante e dell’innamorata accendono il dramma, portando la coppia e tutto l’universo di personaggi che vi ruota intorno, ad essere posti di fronte ad una realtà assolutamente imprevista.

NOTE DI REGIA
A settembre del 2022 la mia amica Lucrezia Le Moli mi fece leggere un testo teatrale che a lei aveva molto ispirato. Per lungo tempo pensò addirittura di farne una sceneggiatura, ma in quel settembre del ’23 le cose nella sua testa iniziarono a confondersi sino a farle pensare di non nutrire più molta fiducia in quell’opera. Mi disse: «leggitelo un po’, e dimmi se è ancora il caso di farmelo piacere». Mi colpì la sua proposta e così in un paio d’ore lessi questo testo che Tolstoj scrisse nell’ultimo ventennio dell’Ottocento dal titolo La potenza delle tenebre. Non mi colpì così tanto. Mi pareva troppo pesante, troppo polveroso e forse troppo russo per quelli che erano i miei gusti di allora. Lo riposi e non ci pensai più per un bel po’. Durante gli anni dell’università conobbi una studentessa di filosofia che si lamentava di quanto fosse equivocato il pensiero di Freud: «Freud – diceva – non ha scoperto nessun inconscio in quanto esso era ampiamente conosciuto in moltissime civiltà mediterranee. L’inconscio è un elemento determinante della sua ricerca come lo è il sesso, ma a nessuno viene in mente di dire che Freud abbia scoperto il sesso. La grande scoperta freudiana è l’ipertrofia dell’inconscio, ossia la sua capacità di lavorare, di incidere su di noi, incredibilmente di più del nostro conscio e la cosa più sorprendente è che di tutto questo lavorio noi non ne sapremo mai nulla, non ne avremo alcun sentore se non in casi assolutamente rari e in forme estremamente opache». Aveva perfettamente ragione. Il testo di Tolstoj non scomparve dalla mia mente, venne nascosto e lavorato segretamente in qualche altro scomparto di questo mio io (potremmo dire l’inconscio) finché una mattina riemerse nel mio conscio, ma in una forma rinnovata. Le immagini de La potenza delle tenebre mi ritornavano in mente, ma non era più la storia di Tolstoj, era un’altra, adattata a me e reinterpretata da persone che ero sicuro di conoscere bene. Mi sembrò che sul fondo di quel testo potessero esserci dei ruoli adatti ad essere interpretati da attori a me cari con cui spesso mi piace lavorare e a quel punto mi misi a riscriverlo. Questo aspetto artigianale della drammaturgia, questo utilizzo privato, anzi quasi domestico della scrittura mi diverte. Mi diverte scrivere personaggi ritagliati su misura per gli attori che mi capita di frequentare più spesso e di cui so bene le capacità espressive. Così, pensando a loro, nacque L’ultima domenica di agosto. Molte cose di Tolstoj son rimaste, altre si son perse. E di fronte alla grandezza di questo vecchio russo io mi inchino. Se questa è la genesi del testo rimane da chiarire una questione che tanto da poco non è, in quanto relativa al perché abbia voluto metterlo in scena. Il perché mettere in scena un testo è sicuramente l’argomento principe di chiunque si accinga a scrivere delle note di regia, come me ora, e questo perché una regia non può non porsi il problema di rispondere a questa domanda. E, certo, sarebbe un modo parecchio bizzarro se il regista in questione rispondesse dicendo di aver voluto mettere in scena il testo per il semplice fatto che piace agli attori che lo recitano. Eppure, il discorso che fin ora ho spalmato su questo pezzo di carta sembra portarci diritti dritti a questo paradosso. Ma una via d’uscita c’è. Voglio indicarvela partendo da una citazione, letta da qualche parte, di uno scienziato (non ricordo assolutamente chi fosse) riguardo una sua scoperta: «Son partito per dimostrare una cosa e invece ne ho dimostrato un’altra di cui francamente non ero neanche al corrente che esistesse». Mi accorgo di aver fatto lo stesso percorso con questo lavoro: solo dopo averlo riscritto, ho creduto di aver capito il perché m’interessasse. Dico “ho creduto” solo per pudore di smentirmi, ma allo stato attuale delle cose son certo che ciò che più mi ha attirato in questa drammaturgia (quella di Tolstoj intendo) è stata la presenza di una misteriosa energia edonistica, che si coagula fortemente in un giovanissimo personaggio. Chi ha conosciuto questo particolare tratto della natura umana o ne è stato esso stesso asservito, comprende l’incredibile forza distruttrice che produce. L’edonista è colui che, intendendo spendere la propria vita nella ricerca di un puro piacere fine a sé stesso nella convinzione del tutto illusoria di porsi in questo modo al riparo dal dolore, si vede costretto a radicalizzare a tal punto l’assoluta vacuità delle sue azioni, dal rendersi ferocemente disumano. Tutti gli edonisti sono disumani per la loro genetica incapacità di consistere nelle proprie azioni e addirittura nei propri pensieri. Soffrono, spesso a loro insaputa, di un ridicolo rifiuto di ogni forma di responsabilità che li spinge a credere in via esclusiva in un materialismo talmente ossessivo da assurgere a religione, con una propria mistica, una propria ritualità e una propria gerarchia sacerdotale. Ecco, questa energia edonistica sento che profondamente mi abbia riguardato e forse ha riguardato tutta la mia generazione, dice a tutti noi ciò che fummo e, solo per coloro che ne sono sopravvissuti, ciò che non avremmo mai voluto essere.